GIOVANNI MAZZA

Poeta e sublime latinista
Giovanni Mazza, nacque il 30 aprile del 1877 da una buona famiglia di commercianti di corallo.
Laureatosi in Lettere presso l’Università degli Studi di Napoli, fu professore di materie letterarie nella locale Scuola di Avviamento Commerciale “Diego Colamarino”.
Poeta nato e anima di sognatore, scrisse fin da giovane e  pubblicò nel 1902 una raccolta di 115 poesie italiane dal titolo “Prime Rime”. Sposatosi, ebbe ben sette figlie femmine.
Dotato di una salda cultura classica, si dimostrò sensibilissimo anche, e soprattutto, nella composizione poetica latina. Così partecipò al “Concorso Internazionale di Poesia Latina” di Amsterdam, istituito nel 1843 dall’umanista Giacomo Enrico Hoeufft che ogni anno premiava con una medaglia d’oro,  fra quelli di ogni paese, il migliore poeta latino e altri meritevoli di Lode ne segnalava.
Così egli vide cinque sue opere insignite della “Magna Laus”: nel 1928 “Quattor anni tempora” (Le quattro Stagioni), carme di elegante compostezza ove splende tutto lo scenario limpido della poesia classica decorativa,  risultato al II posto in graduatoria; nel 1930 “Italia renata” (L’Italia rinata) al I posto e il “Fabularum liber primus” (Il Libro primo delle Favole) che presenta raccontini popolari, arguti e moraleggianti, al III posto; nel 1931 “Ver lacrumosum” (Primavera di lacrime), commosso carme di struttura ellenistica in ricordo della giovane figlia primogenita morta, al I posto assoluto, non essendo stato assegnato quell’ anno il premio con la medaglia; nel 1933, “Caelestia” (i Fenomeni del cielo), serie di quadretti naturalistici ( la neve, la pioggia, le nubi, la grandine, il vento, la nebbia, la rugiada, l’arcobaleno) sentiti come compiacimento idilliaco e descrittivo, al I posto.
Partecipò anche al Certame Ruspantiniano dell’Università di Roma nel 1934 col “Fabularum liber alter” (Il libro secondo delle favole) e “Caelestia”, nel 1940 con “Sic labitur aetas” (Così scorre il tempo) altra serie di quadretti naturalistici che presenta vari momenti di una giornata quali l’alba, il sorgere del sole, il mattino, il mezzodì, il pomeriggio, il tramonto, la sera, la notte ottenendo l’ “Onorifica Menzione”.
Compose ancora il poemetto “Retina, Seu Herculanei Excidium” (Retina, ovvero la distruzione di Ercolano) che in 300 bellissimi versi distici elegiaci fa rivivere poeticamente la tragedia della città romana distrutta dall’ eruzione vesuviana del 79 d. C.; “Nigellus” (1930) storia del suo gatto, Neruccio, che, dopo essere fuggito da casa ed aver viaggiato a bordo di un mercantile torrese attraverso le mitiche terre cantate da Omero, ritorna un giorno alla casa del Poeta e muore; “Hirundines” (le Rondinelle, 1935), ricordo di una sua prima classe composta di bambine tenere e carine, simili a vaghe rondinelle per le movenze leggere e il lieto cinguettare; “Sirenes” (le Sirene), carme in 119 versi esametri in cui le sirene Partenope, Leucosia e Ligea, belle fanciulle, deluse, secondo una tradizione letteraria posteriore ad Omero, per non essere riuscite a sedurre e far morire Ulisse in navigazione per il ritorno in patria, si suicidano, gettandosi nei gorghi del mare e vengono trasformate negli scogli delle Sirenuse presso la Punta di Sorrento; “Nymphae monitus” (il monito della Ninfa) commovente carme conclusivo di 58 distici elegiaci chi ci presenta il Poeta, ormai vecchio, deluso per non aver ricevuto da Apollo il desiderato alloro poetico, esortato da una ninfa a perseverare nella sua opera e a sopportare le contrarietà e l’incomprensione della gente.
Morì a Napoli il 12 novembre 1943, di onesta povertà, in uno di quei tristi giorni di miseria e di confusione seguiti all’occupazione militare anglo-americana, durante la II Guerra Mondiale.
A lui è intitolata la Scuola Elementare di Via Vittorio Veneto sulla cui facciata la lapide – dettata dal professor Vincenzo Grillo – lo ricorda “umile nella sua grandezza, grande nella sua umiltà”.

Ciro Di Cristo
Guida storico – artistica
di Torre del Greco
Edizione, aggiornata al 2008